Pensieri e parole Due persone (di nome Antonio) che perderanno un po' di tempo buttando gi pensieri, riflessioni e futilit su questo blog.
Sar quel che sar!
14.10.2008
Fine d'un blog Dopo cinque anni di onorata (b)logorrea, il blog “Pensieri e parole” è ormai arrivato alla sua fine. Non sappiamo quanto sia importante cercarne le cause, se trovarle in una specie di apatia – sia essa emotiva, sociale e politica – o peggio addirittura in una rassegnazione. Assicuriamo solo che, se le cause sono prossime a queste, apatia e rassegnazione non sono affatto “definitive” e dunque Antonio e Antonio non rinunceranno alla comunicazione con il mondo e con chi lo abita, in qualunque forma. Per quanto possa essere poco quello che possiamo fare, è un poco a cui non abbiamo intenzione di rinunciare, come nessuno dovrebbe mai fare. Più che altro, la drastica soluzione è dovuta ad un ragionamento empirico. È evidente che negli ultimi mesi questo blog, nella sua forma, nel suo equilibrio e nei suoi scopi, ha esaurito il suo motivo d’essere. Lasciarlo morire senza un saluto a chi con fedeltà e affetto ci ha letto in questi anni non era possibile. Senza dimenticare chi è venuto qui a discutere e fare polemiche costruttive. Speriamo che per qualcuno sia stato perlomeno dilettevole, se non – addirittura – interessante.
E t'ho chiesto scusa! KABUL, 20/7/08 - Non basta la guerra, ci si mette anche il "fuoco amico" NATO: nove poliziotti afghani alleati agli USA e quattro civili sono rimasti uccisi da un bombardamento delle truppe occidentali. L'episodio si verifica a distanza di un mese dall'uccisione fortuita di 64 civili, 47 dei quali festeggiavano un matrimonio. La NATO ha subito inoltrato le proprie scuse per l'errore di traiettoria dei colpi inferti. Scuse del tutto superflue: già il pilota bombardiere, una volta atterrato e aperto il portellone, era sceso con le braccia alzate e i palmi delle mani spiegati, ammettendo in perfetto afghano a chi attendeva spiegazioni: "colpa mia, colpa mia, colpa mia, colpa mia...".
Fatemi capire. In Italia viene uccisa una ragazza straniera e dal mattino dopo tutti i telegiornali cominciano a rovistare nelle sue narici e nelle sue mutande, diffondendo particolari inventati, lanciando sospetti e supposizioni calunniose che non fanno altro che inquinare testimonianze e indagini. Per non farci mancare niente, dopo un po’ salta fuori pure il filmato girato dalla polizia sul luogo del delitto, con tanto di cadavere straziato (ve lo siete perso? Domani è in omaggio con Panorama).
Adesso che in Spagna hanno ammazzato una ragazza italiana, ci lamentiamo dell’eccessivo riserbo delle indagini: pensate un po’, hanno fatto l’autopsia senza autorizzazione. Addirittura, l’esito dell’esame sarà secretato fino a quando non ci sarà un indagato formale! Perdio, ma dove vivono questi? Nella preistoria? Il verbale di un interrogatorio, una perizia anche fasulla, non c’è mica verso di farli saltar fuori. Neanche il numero di coltellate ci dicono!
(“Ma è stata strangolata!” “Ok. Ma strangolata quanto?”)
Suvvia, spagnoli. Tirate fuori un pubblico ministero chiacchierone, fatelo cantare come piace a noi. Il bello comincia adesso. Fateci divertire.
Non cerco d'abitudine la vetrina giornalistica. Capita però talvolta di avere qualcosa da dire, qualcosa che ti pesa dentro e pretende ascolto. Allora bisogna farsi coraggio e chiedere un po' d'attenzione. Essendo nato a Napoli, ho scoperto improvvisamente quanto sia difficile oggi portarsi dietro il peso di questa etnia. «Sei napoletano? Ma allora mi sai dire che cosa succede dalle tue parti? Possibile che in quella città non vi sia più una borghesia degna di essere chiamata tale? una società civile capace di qualche protesta? una guida morale e intellettuale purchessia? Possibile che siate tutti così imbelli e rassegnati, oltre che indisponibili a quei sacrifici cui ogni comunità dotata di un minimo di senso civico sa di non potersi sottrarre?» Non ne posso più. La requisitoria, non so se promossa ma sicuramente amplificata da alcune «autorevoli firme» che ne hanno fatto oggetto di una petulante polemica, tende a farsi sempre più luogo comune. Non credo di esagerare: mille fantasmi sembrano agitare di colpo il fondo torbido del nostro Paese. Fantasmi dei quali sinora mi era sfuggita l'esistenza ma che probabilmente covavano nascosti da qualche parte dell'inconscio collettivo e che un improvviso colpo di vento - come chiamarlo diversamente? - ha ridestato dal letargo. Preciso che non mi riferisco alle nevrosi del leghismo dilagante, bensì a un più vago ed esteso sentire che anzi pretende una sua innocenza, una sua onestà indenne da ogni forma di razzismo. Anche se per me di razzismo si tratta, di razzismo inconsapevole, se si può dire così, che affiora perfino alle labbra di amici e conoscenti, persone che pensavi di conoscere a fondo e che invece conoscevi soltanto in parte (forse perché loro stesse si conoscevano soltanto in parte). Chiarisco. Mi sconcertano non tanto le critiche in se stesse (sono il primo ad affermare che a Napoli non esiste più una classe dirigente degna di questo nome, che il degrado sociale è spaventoso e la cosiddetta società civile - che pure esiste, porca miseria, e spesso sa essere eroica - vive ore amare, difficilissime). Mi sconcerta il modo con il quale queste critiche vengono formulate: come se il problema non riguardasse minimamente chi parla e accusa. Come se Napoli non fosse un pezzo d'Italia ma il lembo reietto di un oscuro territorio confinante. «Vedi - ho detto alcune sere fa a un maturo intellettuale, già parlamentare di estrema sinistra, - tu metti sotto accusa Napoli usando più o meno i miei stessi argomenti. Soltanto che ne parli con sufficienza e distacco, considerando quella città un ignobile altrove, mentre io ne parlo con l'ira e il dolore di un italiano che si sente personalmente ferito. E dico italiano perché per me quello che sta andando in scena a Napoli è prima di tutto un dramma nazionale, che ci riguarda tutti, che investe responsabilità politiche di ogni genere, vicine e lontane, e non soltanto una 'sporca faccenda' locale». Come ha scritto recentemente su il manifesto Marco Revelli (venerdì, 6 giugno 2008), in poche settimane in Italia si va bruciando un intero patrimonio di civiltà giuridica e politica. Vale la pena citare testualmente le sue parole. «Lo sappiamo, purtroppo, per averlo visto infinite volte nel feroce Novecento: succede, è successo, succederà purtroppo ancora che un popolo, una nazione, un sistema istituzionale d'un colpo 'vadano giù'. Che perdano se stessi. Il senso della misura...». Il modo in cui viene generalmente percepito il caso Napoli mi pare un'ulteriore controprova di questa disfatta della ragione. Rimosso come problema estraneo al Paese nel suo insieme, esso tende sempre più a configurarsi (soprattutto a essere configurato dai mezzi di comunicazione di massa) con i contorni dell'«anomalia» a mezza strada tra dramma e folklore. In ogni modo, come questione che non riguarda la coscienza del resto d'Italia in quanto i «non napoletani» sarebbero «un'altra cosa». Anzi, a giudizio di alcuni, sarebbero addirittura la virtù contrapposta al vizio (rammento qui di sfuggita la tendenza, espressa da qualche fantasioso interprete della «napoletanità», a ipotizzare l'esistenza di una sorta di naturale predisposizione alla protervia in taluni strati del popolo partenopeo, predisposizione risalente addirittura ai riti di Cerere che «celebrava i suoi saturnali a Piedigrotta, le sue feste dissipatrici nei palazzi dei principi, le sue vendette sanguinarie nei bassi...». Una predisposizione risalente insomma al mito e alla preistoria: quando si dice la mano di Dio, anzi di Satana). Potrà nascere nulla di buono da tutto questo? È una domanda retorica, ovviamente: sono pessimista, benché non per vocazione. Lo sono perché quello che accade viene letto in maniera distorta e ingiusta. Perché tutti i più grandi maestri del pensiero politico, dall'unificazione nazionale in poi, hanno sostenuto che la questione meridionale non sarebbe stata mai risolta fino a quando non fosse diventata il cuore stesso del programma politico nazionale, il bersaglio collettivo numero uno, la sfida suprema, e questo non soltanto non è mai accaduto, ma è stato sempre deliberatamente contraddetto, ovviamente nei fatti se non nelle parole. Ho tra le mani il discorso con il quale Giorgio Amendola, il 20 giugno del 1950, motivò alla Camera dei deputati le ragioni per le quali la sua parte politica si opponeva all'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Ne improvviso una brevissima sintesi che attesta l'impressionante attualità della tesi sostenuta. «Noi ci moviamo sopra il solido terreno della migliore tradizione meridionalista, che affermò sempre, con spirito profondamente unitario, il carattere nazionale del problema meridionale, da risolversi non con leggi speciali, non con soli lavori pubblici ma con un determinato indirizzo generale della politica nazionale... Ora voi, con il pretesto di dare mille miliardi (che non darete) cercate di creare un organismo che sarà un pericoloso strumento di corruzione e di asservimento delle popolazioni meridionali... I mille miliardi promessi non vi saranno mai, o non vi saranno tutti, ma vi sarà la Cassa che diventerà un nuovo cancro roditore della vita meridionale». Sono passati esattamente cinquantotto anni dal giorno in cui risuonarono a Montecitorio queste parole. Che cosa è cambiato, se non in peggio? Le profezie di Amendola si sono purtroppo avverate in maniera puntuale. Il Sud è stato irrorato di denaro che è servito soltanto ad alimentare parossisticamente corruzione e malavita organizzata. Era quello che si voleva, no? E tuttavia, amici e conoscenti, e perfino intellettuali, scrittori e soprattutto opinionisti di fama non sanno fare di meglio che puntare indici accusatori contro la società civile di Napoli. Cornuti e mazziati, si dice dalle mie parti. Ma credo anche altrove. «Mazziati» infatti lo siamo un po' tutti, perché uno Stato che in sessant'anni non è riuscito a realizzare il pieno controllo (anche economico, oltre che civile e politico) dell'intero territorio nazionale, e non è riuscito a debellare i centri di malavita organizzata, è uno Stato che ha fatto danni da tutte le parti. Concludo. Tra i tanti fantasmi che si aggirano oggi in Italia vi è anche quello della Sinistra che non c'è più. Si cerca un punto dal quale ripartire. Domando se questo punto non possa essere la stessa unità nazionale dell'Italia. La situazione esige una sorta di interiorizzazione del problema meridionale, in ogni caso il rilancio della sua centralità intesa come questione di vita o di morte. Ma i demoni trionfanti non ne vogliono sapere. Perché non partire, nella discussione, proprio da questa feroce contraddizione?
Una calma terrificante Io sono un uomo di cultura di sinistra. Oh sì. Adoro quando i "repubblichini" (cioè i giornalisti dell'Espresso) dispensano un po' della loro responsabile intelligenza sui canali di comunicazione in voga. Per esempio, che sollucchero quando ammiro Corrado Augias parlare dell'esistenza del demonio, sulla mia bella rete di sinistra.
Vado a letto tranquillo e sereno, aspettando che espellano negri e puttane dal mio paese. Ho un solo grattacapo: ma quel cazzo di bollo delle auto?
Essere un artista significa fallire, come nessun altro osa fallire, il fallimento è il suo mondo e ciò che gli impedisce di disertare è arte e tecnica, il suo modo di vivere.
Maledetto, maledetto bastardo. Tu, sì tu, proprio tu. Ma guardati. Chi sei, eh? Per chi lavori? Cosa nascondi, per Dio? E soprattutto, chi cazzo ti credi di essere?
L'uomo mascherato, il grande vecchio? La principessa sul pisello? Dimmi chi sei e chi ti ha mandato, porca miseria.
E dove ti nascondi, dove scappi sempre per sfuggire alla luce. Vigliacco, agnello, ladro!
Io rivoglio quello che mi spetta, maledizione! Quello che mi hai sempre rubato, ridammelo!
Non te ne andare, esci fuori, esci allo scoperto. Pensi di essedre grande e grosso eh? Fatti vedere, mammoletta!
Ti piace fare lo spiritoso, eh? Il superiore. Non mi fanno ridere le tue battutine del cazzo. Sono solo pezze a colori, che usi per coprire la tua vera faccia.
Ti incontrassi per strada, ti prenderei a schiaffi, a calci nello stomaco, a sputi. Figlio di puttana. E tu neanche reagiresti, meschino.
Di cosa hai paura? Di cosa hai sempre e soltanto paura? Puritano dei miei stivali, signorina. Girati, che c'è uno specchio. Guardati!
Ti vergogni, eh? E forse hai ragione, di te bisognerebbe vergognarsi, per il solo fatto che esisti.
E cosa difendi? Cosa tieni stretto sotto la giacca? Io lo so che c'è qualcosa, lo so. Anche se non si nota, se gli altri non lo vedono.
Lo difendi con le unghie e con i denti. E da dove prendi tanta forza, smidollato? Tu che fuggi sempre.
Non è paura, è terrore. Non è terrore, è schifo, orrore.
E ' di te che hai orrore, giusto? Dimmelo, ammettilo. Falla finita. Per una volta.
È sicuramente un profilo, questo è innegabile. Certo, più che alto, magari è largo, però essendo appuntito un senso di vertigine può anche darlo. Quindi mettiamocelo questo alto. Quanto all'istituzionale, be', i problemi sono grossi. Ad ogni modo, anche gli ultras dell'Italia corrotta, corruttibile e mafiosa avranno diritto ad avere la loro rappresentanza parlamentare, no?
Quasi meglio Pera e Casini.
...laralara lallara lalallallà...soffocati da un bacio di muccioli, soffocati da tanti batuffoli che vedere...laralara lallara lalallallà...
I pensieri non sono problemi son creature Cercare il fuori luogo e l'oltre modo Lo scrittore è uno scritturato C'è un tempio tra le tempie Infinire Che l'Occidente si orienti Non avere coraggio per sapere, tenerne per non capire Non credere nelle radici ma allungarsi coi rami Captare allucinazioni sempre in perfetto stato di lucidità Scoprire se sulla terra c'è vita Immedesimarsi Coltivare desideri preterintenzionali Intercettare l'invisibile Indossare corpi altrui Inaudito avulso astratto Non posseder ma essere posseduti Lasciatevi incontrare in continuazione Smarrire la strada (così la troverà qualcun altro) Nevicatevi Reincarnare reincarnarsi Baciare a strascico Meno pazienza più trascendenza Predirsi prima dei futuri Farsi portare dall'invento Eventualità estreme e illimitate, contemporaneamente Se si è fuori di sé avvertire il dolore Differir tra religione e spiritualità Non sperare in faccia a nessuno La passione sia energia, mai solo una giustificazione Rubarsi Guardare la tv ma non accenderla Invidiar se stessi Abbassare di molto i toni della tradizione Imitare solo in caso di nulla Pilotare l'indiscusso Porre le basi per avere altre altezze Fare il mare Rammentare che parodiare è da parodiabili Elevarsi alle ennesie potenze Smetterla di sentirsi un Dio ma cominciare ad esserlo Mai confondere velocità con fretta Cantar solo incantando Aprimi cielo Prendi paura (e portala via) Un figlio nasce, non "si ha" Prima del cittadino e dell'uomo viene l'essere Meno orgogliosi più rigogliosi Conosci tre stesso Usare solo bombe boomerang Prevenire le metastasi culturali Aver cura del proprio metafisico Basta sfide Ogni giorno fare detestamento per non accontentarsi Esser "capaci" (nel senso di contenere il più possibile) Saper cosa dire quando si deve tacere Entrarsi Cogliere la differenza tra scienza e coscienza Morti si nasce vivi si deventa Uscire dal Curassico (epoca dell'unica medicina) Il genio non ha patrie Lasciare l'ironia a chi non ha altre doti Complesso non vuol dire complicato Bisogna potere Inasprire l'appena Salviamo il baleno Detonare Volarsi molto bene Cosmo universo terra Provare ad essere stranieri Più sovrumani, non più umani (dobbiamo diventare) Meno creanza più creato Usare il cavallo di Gioia per entrare Ribellarsi (rivolere il bello)
Nella prossima dichiarazione dei redditi, vi invito a destinare - come farà la mia famiglia - il 5x1000 a MANI TESE, Organizzazione Non Governativa. Il codice fiscale è: 02343800153.
REWIND (tratto da Ionesco) ANNULLATO Comunichiamo che lo spettacolo "Rewind" (tratto da Ionesco), previsto al Teatro Spazio Libero dal 10 al 13 aprile 2008, è stato annullato a causa di problemi di salute da parte di uno degli attori.
Ci scusiamo per il ritardo della comunicazione.
Speriamo che sia solo rinviato. Nel caso, vi aggiorneremo.
Ecco una mia
traduzione, abbastanza improvvisata, del testo di questa canzone di Roger
Waters, pubblicata nel 1992 (all’interno dell’album “Amused to death”), che chi
c’era ha potuto ascoltare in conclusione del film “Private”, proiettato martedì
1 al Circolo durante il cineforum.
Come potrete leggere,
la canzone va oltre la questione palestinese di cui abbiamo dibattuto, e si
interroga sull’uomo, sulla memoria, sulla Storia, e non fornisce certo risposte
rassicuranti.
La scimmia si sedette su un mucchio di pietre
E fissò l’osso rotto che aveva in mano
La melodia di un quartetto viennese suonava in sottofondo
La scimmia guardò in alto alle stelle
(questa è la
descrizione della scena iniziale di “Odissea 2001 nello spazio, in cui l’uomo
ancora scimmia scopre la violenza sui propri simili e compie così un passo
significativo nella sua evoluzione)
E pensò tra sé e sé
“La memoria è un’estranea
La Storia è per gli sciocchi”
E si pulì le mani in una vasca di sacre scritture
Girò le spalle al giardino (dell’Eden) e si diresse verso la città più vicina
“Fermati, soldato, fermati!”
Quando metti tutto insieme
Le lacrime e le ossa
C’è un’oncia d’oro
E un’oncia di orgoglio in ogni libro mastro (il libro dei debiti e dei crediti, cioè
delle colpe e dei torti subiti nella storia, per esempio quella della
Palestina)
E i tedeschi uccidono gli ebrei
E gli ebrei uccidono gli arabi
E gli arabi uccidono gli ostaggi
E quella è la notizia
E ci si meraviglia che la scimmia è confusa?
La scimmia disse: “Mamma mamma! Il Presidente è uno sciocco
Perché devo continuare a leggere questi manuali tecnici?” (ora la scimmia è un giovane dei nostri
tempi, americano)
E lo Stato Maggiore
E i broker di Wall Street risposero:
“Non ci far ridere, sei un ragazzo intelligente,
il tempo non torna indietro
la Memoria è una straniera
la Storia è per gli sciocchi
l’Uomo è uno strumento nelle mani
del Signore Onnipotente”
E diedero al ragazzo il comando di un sottomarino nucleare
E lo rispedirono alla ricerca del Giardino dell’Eden.
Non opere di bene, ma i c.. degli altri Città del Vaticano, 18 mar. (Adnkronos/Ign) - "Occorre che quanto prima il Parlamento attui una riforma elettorale per ridare il reale potere di scelta ai cittadini". Lo ha detto mons. Giuseppe Betori durante la conferenza stampa in Vaticano per la presentazione del comunicato finale del Consiglio episcopale permanente.
Signori monsignori illustrissime eccellenze...ma farvi un quintale di cazzi vostri, no? E uno.
Signori giornalisti, quando cominciamo l'oscurantismo verso tutte le parole pronunciate a vanvera dai signori monsignori su argomenti che non li riguardano e in nessun modo devono riguardarli? E due.
Nazareno, torna sulla terra e spazza via tutti i mercanti dal tempio. E tre.
L'autore di "Gomorra" e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata "Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell'economia legale" Se un voto si compra con cinquanta euro di Roberto Saviano
Nessuno vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.
E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.
Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c'è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un'arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l'emigrazione verso l'estero. E' cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.
Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.
Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l'imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.
Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell'arco di una campagna elettorale.
Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E' una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal '92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.
Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l'inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all'opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell'emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l'esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.
Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall'accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.
La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte... Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio". Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.
È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.
Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l'attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.
Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all'insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.
che "se questa guerra deve proprio farsi, fa che non la faccia la gente.
E poi perdona tutti quanti, tutti quanti, tutti quanti, tranne qualcuno,
e quando poi sar finita, fa che non la ricordi nessuno"
Frase:
"Quando ascolto troppo Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia" (W. Allen)